Libri


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All’inizio pensai a un sogno.
Un persistente sogno ad occhi aperti che si nutriva di momenti dimenticati, sensazioni antiche, cose che avevo vissuto e racchiuso nella memoria.
Rimanevo ore incantato a seguire lo zampettare di quello che poteva essere uno scoiattolo e che io avvertivo come quattro minuscole pressioni pungenti coordinate e veloci sul mio strato di foglie secche, lo intuivo saltare per riatterrare leggero e guizzante su di una foglia più grande delle altre facendola scricchiolare e balzarmi sul tronco, afferrandomi con le unghiette piccole e robuste e in un lampo arrivare in alto, alla tana che si era nel tempo guadagnato, portandovi foglie secche e nocciole rubate e qui placarsi, non visto e al sicuro, riposare sgranocchiando qualcosa o rimanendo fermo, sereno, avvertivo il suo sguardo uscire dalla tana a seguire il ritmo del picchio che mi martellava sull’altro tronco, o saltare sui compari di scorribande che si rincorrevano su per i miei rami più alti.
Ero nel bosco.
Ero il bosco.
I primi giorni mi sembrava di avvertire un albero solo, un grande pino a giudicare dallo spessore del tronco, dall’altezza e dalla grande chioma a ombrello svettante sul gruppo. Era il vento a farmi conoscere la mia cima, mi arrivava fra gli aghi e i rami non più riparati dagli amici intorno, un vento che imparai a conoscere bene e che divenne nel tempo uno dei miei migliori amici.
Poi, giorno dopo giorno, ora dopo ora, la mia consapevolezza si allargava a macchia d’olio. Mi espandevo lungo i canali che portavano la linfa su per i tronchi, percorrevo i rami fino a dissolvermi nelle foglie, come i fuochi d’artificio di Ettore salivo in alto per esplodere in un irraggiamento di nuova luce raggiungendo simultaneamente ogni punta di foglia, di albero in albero e ogni mattina le esplosioni si ripetevano come una scarica di fuochi d’artificio ad allargare il mio raggio di coscienza, un nuovo anello, lasciandomi il pomeriggio e la notte a impregnarmi di quelle altre vite che si affiancavano alla mia, una dopo l’altra, pianta dopo pianta, albero dopo albero, ognuna col suo bagaglio di memoria. Cominciavo ad avvertirmi come la coscienza di uno sciame, al mio io singolo si stavano aggiungendo altri io a formare un gruppo di coscienze, un grappolo di vite dove riuscivo a mantenere una volontà unica, risultato di altre volontà singole ormai innumerevoli che si muovevano e pensavano da individui con una partitura comune, come un coro che conosca la musica che sta eseguendo, con la differenza che non c’era nessuna partitura scritta, non c’è nessuna partitura, ora lo so, la musica deriva dall’armonia e dalla conoscenza reciproca delle parti e dalla volontà di proseguire, la volontà di tempo.
E anche lui era diverso, il tempo.

 

Foresta
Storia di un uomo che diventa bosco
PersonediparolaIsola Editrice, Torino, 2014.

 

***

 

Avevano esplorato insieme il suo mondo, Brando aveva scoperto insospettabili collegamenti nascosti fra tutte quelle zone ignorate che stanno fra gli svincoli delle autostrade, lei lo aveva accompagnato nei passaggi, ridendo, facendogli strada in quel suo mondo di alberi, cespugli, prati e strani oggetti dimenticati, dove il suono era quello del vento e delle cicale, avevano dormito nei suoi rifugi in antichi tronchi e lei gli faceva trovare la colazione pronta, more, piccole fragole di bosco, acqua piovana raccolta in insospettabili piccoli serbatoi fatti con bottiglie di plastica che aveva sistemato un po’ ovunque, si era organizzata bene, aveva sempre qualcosa da fare e sorrideva, sembrava felice. Un giorno gli aveva insegnato a parlare con gli alberi, non era proprio un parlare come lo intendiamo noi, più un comprendersi senza parole, qualcosa di simile alle carezze, la prima volta fu con un vecchio nocciolo, la vide che saltellava intorno all’albero, gli si arrampicava sopra, gli accarezzava i rami, proprio come volesse convincerlo, poi si avvicinò a Brando e lo invitò a salirci sopra, sulle prime non successe niente, Nudanuda gli faceva dei cenni, come dire aspetta, non ti preoccupare, è un po’ scontroso ma molto simpatico e sa un sacco di cose, poi una sensazione ignota e inedita di sapere, sapeva da dove era venuta Nudanuda, come la quercia e il frassino l’avessero protetta e nutrita, scaldata durante gli inverni, di come le avessero insegnato a procurarsi da mangiare e da bere, delle storie che le raccontavano la sera per farla addormentare, di tutto quello che le avevano detto del mondo, della sua vita felice con i suoi amici alberi coi quali giocava e parlava ed ora… a questo punto Nudanuda era saltata ridendo sul nocciolo e aveva iniziato a tempestarlo di piccoli pugni scherzosi, no, non voleva che lui sapesse, non glielo doveva dire quello, pettegolo che non era altro, no, non voleva, non voleva che lui sapesse che lei, Nudanuda, la figlia degli alberi, si era… si era… uno sconosciuto era arrivato per caso nel suo regno e le aveva fatto conoscere una cosa di cui non aveva mai capito il vero significato quando glielo raccontavano, una cosa che capitava agli umani e che li faceva diventare strani, si comportavano come matti quando succedeva e non glielo doveva dire quello ma ecco ormai glielo aveva detto. Ecco. Ora lo sapeva.

 

Green tales
Quarto paesaggio, Milano, 2011.

 

***

In una notte di bonaccia, il vento un ricordo, il mare una superficie piatta oleosa e scura, la nave immobile, ferma, come appoggiata alla spiaggia, Vadino aprì gli occhi nella sua cabina di legno d’ontano. Era stato il silenzio a svegliarlo. Gli scricchiolii ritmici che accompagnavano e davano una cadenza a tutta la navigazione si erano azzittiti. Erano anni che non sentiva quel suono, il suono del vuoto, l’assenza, come se il mondo si fosse svuotato, ripulito, pronto per accogliere un altro mondo. Mosse gli occhi. Qualcosa c’era. Qualcosa si muoveva nell’aria, sommessa, impercettibile, una vibrazione, un’armonia. Tese l’orecchio e puntò gli occhi al vaso. Il silenzio si rifiutava di accogliere anche i suoi passi che non si sentirono mentre si avvicinava e con cautela porgeva l’orecchio all’apertura. Sì, era da lì che proveniva il mormorio, miriadi di voci differenti parlavano contemporaneamente. Guardò lo spazio completamente vuoto che accoglieva quei suoni. Nulla. A vederlo, almeno, non c’era nulla. Ma i mormorii continuavano e gli venne in mente d’infilarci una mano dentro. Esitò qualche istante, poi v’immerse piano le dita.
Affondarono nel miele del mormorio brulicante che ebbe solo un repentino cambio di vibrazione per poi riassestarsi costante e denso. Con la mano lì dentro gli venne la bizzarra idea di prendere una di quelle voci fra il pollice e l’indice come dovesse afferrare una lucertola dalla punta della coda. Ci provò. Subito la mano prese a vibrare come l’avesse afferrata davvero, la lucertola, e terrorizzato ma senza staccare la presa, sgusciò via dal vaso lanciando la Lucertolavoce in alto, prima che potesse morderlo o chissà cos’altro. Nello stesso istante una voce riempì la cabina, completamente, impregnando ogni cosa, il legno d’ontano parve sorridere, andava lucidandosi, ogni parola era olio buono a ridar vita alle fibre stancate dal tempo e dalla salsedine.
Vadino si sedette e ascoltò la storia che la voce aveva iniziato a narrare chissà quanto tempo prima e chissà cosa si era perso e forse non sarebbe riuscito a capirci nulla, ma una cosa era certa, già dalle prime parole, che gli arrivavano ancora a tratti, capì che quella storia, la storia della Tigre Codalunga, lo riguardava molto, molto da vicino. Finalmente la voce rimbalzando trovò una sua dimensione nella cabina e il racconto prese a scorrere.

 

Appuntamento con l’arcangelo
Disegni di Tarshito
Nemeton Jewels, Bologna, 2014

 

 

***

 

 

Il gelataio

Lui.

Luci.

Un uomo su di una sedia elettrica. Un grande orologio in alto. Guarda verso destra, alza le sopracciglia, interrogativo, accenna col capo, si mette frontale. Indossa una cuffia da walkman.
Silenzio. Si porta una mano all'orecchio.

Sì, la sento… Non c'è molto da dire, ho sposato Zelda a 16 anni… Sì, tutti e due 16, sì, poi un mese fa è morta… No, un incidente, di macchina, un incidente di macchina. Io facevo il gelataio, lei girava col furgoncino, così è capitato, lei lo sentiva. Sono stato settimane da solo, lei mi era accanto, lo sapevo, ma non poteva parlare, toccarmi, e poi sinceramente mi ero stufato di tutte quelle cose che ci occupano di giorno, i lavori, le faccende, briga, sbriga, sbroglia, imbroglia e attanaglia…
È successo semplicemente che un pomeriggio mi siedo in una panchina dei giardini e mi appisolo, sa dopo mangiato, e quando mi sveglio vedo un tipo di fianco a me, appoggiato un po' male, questo si muove e cade in avanti, sui piedi di un vigile urbano. Il resto lo sapete tutti, mi hanno arrestato e condannato… Ho detto che l'avevo ammazzato io perché così m'avrebbero messo alla sedia elettrica, mi è sembrata un'occasione… Avrei salvato la vita a qualcuno e rivisto prima Zelda… Certo che ne sono sicuro, lei conosce la filosofia buddista?… Lei non conosce neanche i gelati al limone come li faccio io, e mi sa che in questa vita non li conoscerà proprio pausa in questo momento si, mi sento in pace, non vedo l'ora di andare… Come? Cosa ne penso della vita? Le sembra una domanda da fare?… In questo momento, mi scusi, me ne fotto dei telespettatori, devo morire tra un minuto esatto. Anzi, ora vi saluto, è il mio ultimo minuto.

Guarda a destra, accenna col capo, lo reclina, sta immobile. Passano quaranta secondi. D'improvviso sgrana gli occhi, apre la bocca

Cosa? No no, io devo morire, fra quindici secondi esatti, è scritto nella sentenza, non cerchiamo di rigirare le carte in tavola, fra dieci secondi esatti io devo essere morto altrimenti scateno un putiferio… macché grazia e mariaconcetta! Voglio la scossa, la scossa!… Tre, due, uno… (Chiude gli occhi in attesa) Niente… Niente scossa… Neanche qui… Va a finire che ammazzo qualcuno.

Buio.
(da Teatro minimo Bolidista, 1995)

Teatro Ecologico
Bohumil Edizioni, Bologna, 2008

 

***

 

 

 

 

 

 

 

 

Emma alza gli occhi.
La tavolata ha ripreso in pieno il tono allegro e chiassoso, mancano solo il Nonno e il suo primo figlio. Emma guarda la finestra della stanza segreta, è aperta, gli scuri spalancati. Dentro, i due stanno parlando, animatamente, ogni tanto qualche parola più forte delle altre riesce ad uscire e a sorvolare la tavolata.
- Quella zoccola! Allora ha finto, era tutta una stronzata, mi ha preso in giro per tre settimane, sempre e comunque. Ma come si fa? Come si può essere così falsi?
- Tranquilo, hombre, tranquilo.
Si sentiva la distesa della pampa nel tono in cui lo diceva, si riusciva a vederne il verde e il vento che la accarezzava. Una frase che amava, da anni.
- Tranquilo un cazzo, porcaputtana! Vorrei vedere te. Va bene, me l'hai appena raccontato, la stessa storia, identica per certe cose.
- Non ti ha preso in giro.
- Non mi ha preso in giro? Mi amava e adesso, improvvisamente, ama un'altro.
- Non era falsa.
- Senti, Nonno, secondo te quindi lei è un angioletto che dice sempre la verità, non prende in giro nessuno ed è esattamente così come l'ho vista, conosciuta e sentita io nel tempo che abbiamo passato insieme.
- Sì.
- Bene, allora sei tu che mi prendi in giro. Perché mi vuoi bene e non vuoi che soffra, vero?
- Tranquilo, hombre, tranquilo.
- Smettila con sto' tranquilo. M’innervosisce.
- Tranquilo.
- Basta.
- Hombre, tranquilo. Lei era così, come l'hai vista. Mi hai detto che insieme avreste potuto fare grandi cose. Bene, non ti sei sbagliato, non l'hai sopravvalutata, lei era così, esattamente come l'hai vista. Ora stai attento: i rapporti si fanno in due, lei era così con te. Insieme a te sviluppava un suo modo di essere, vero, suo, che le apparteneva comunque, era lei, sicuramente. Non fingeva allora, non finge adesso. Non era falsa, era un suo possibile modo di essere, quel modo che si sarebbe sviluppato stando insieme a te. Stando con un altro inevitabilmente svilupperà un altro suo modo, ma sarà sempre lei, senza finzioni, solo un'altra parte, chiamala come ti pare, un altro lato del suo essere.
- E quanti lati ci sono?
- Uno. Uno solo. Quello di adesso.

 

Il pranzo
Nemeton Jewels Ebook, Bologna, 2012

 

***

 

 

 

Partiamo dall’inizio.
Noi, come specie Homo Sapiens, siamo qui da almeno 150.000 anni. Alcuni sostengono che ci siamo da più tempo, (195.000 anni secondo Cavalli Sforza/Pievani, 2011) per il nostro discorso basterà sapere che la comunità scientifica è d’accordo nell’affermare che l’Homo Sapiens è comparso sulla terra almeno da 150.000 anni. Questo vuol dire che io, se fossi nato allora, sarei più o meno come sono ora, magari più prestante, con più capelli, sarei vestito diversamente, avrei altre abitudini, avrei comunicato in un altro modo, ma sostanzialmente sarei come sono ora e avrei un comportamento essenzialmente mobile. Da quando siamo apparsi ci siamo sviluppati ed evoluti con un modello di vita che possiamo definire mobile. La nostra evoluzione è iniziata dai piedi, dal movimento. Ci spostavamo costantemente in gruppi di dieci, venti persone, a volte su di uno stesso territorio, altre esplorando nuove zone, portandoci dietro un equipaggiamento leggero. I nostri primi strumenti, quelli che poi chiameremo oggetti e dopo la metà dell’Ottocento daranno vita al design, sono piccoli, leggeri, polifunzionali.
Io sto fuori e mi muovo.
Abbiamo avuto questo comportamento per 140.000 anni almeno. Poi circa 12.000 anni fa è iniziata una lenta trasformazione di abitudini, abbiamo cominciato a usare la coltivazione per procurarci il cibo e grazie soprattutto all’agricoltura siamo diventati sedentari. Questo ha portato in un tempo relativamente breve alla nascita dei primi insediamenti stabili, poi alle città e a quello che chiamiamo civiltà. Nel momento in cui scelgo di coltivare, ho necessità di conservare. Mentre prima ciò che raccolgo o caccio lo consumo immediatamente, diventa me, ora lo accumulo e lo possiedo, è altro da me, ho inventato l’avere e la necessità di difenderlo. Costruisco qualcosa per conservarlo, un granaio. È il mio primo vero elemento fisso. Intorno a lui, intorno all’accumulo, al mio capitale, costruisco mura per difenderlo, costruisco la mia casa per sorvegliarlo, poi quella di mio figlio e della sua famiglia, in breve ho un villaggio, una città, una metropoli e siamo all’adesso. 
Il mio stile di vita da mobile, è diventato sedentario.

 

Il sentiero dell’architettura porta nella foresta
Franco Angeli, Milano, 2012.

 

 

 

***

 

 

Tra civiltà e apocalisse, tra decadenza e progresso, c’è un’isola-che-non-c’è, un “prima” e un “dopo” che spaventa o che inspiegabilmente attrae. Gli storici lo chiamano Preistoria, gli ambientalisti Wilderness, i filosofi Utopia, ma più che uno spazio nel tempo o un tempo nello spazio è un modo di vedere il mondo per intuizioni, per lampeggiamenti, un sistema incoerente di visioni e d’idee che aiuta a pensare l’adesso-qui. Questo “Paradigma Pleistocene”, da Giordano Bruno a Paul Shepard, da Lascaux a Keith Haring, attraversa in modo trasversale il pensiero scientifico, filosofico, religioso, emerge nell’arte e nelle abitudini alimentari, e si riassume in un’idea indimostrabile: noi siamo chi eravamo, fatti per muoverci e per stare fuori, siamo memoria genetica e incarnazione attuale dell’uomo del Paleolitico, i nostri gesti, i nostri processi cognitivi sono abitati dai suoi. Mobilità, leggerezza, manualità, ricerca dell’essenziale, materiali primari, comunità, racconto: le tracce di questa presenza visionaria nella cultura ufficiale sono ovunque, sono positive, sono necessarie, per sopravvivere al bordo di ogni mappa, per immaginare qualcosa al di là del muro. 

 

Paleolithic turn, con Matteo Meschiari, Francesco Gori
Pleistocity Press, Modena, 2015

 

***