DON JUAN

2007


Storia di un immortale.

 

 

 

 

 

 

Personaggi

Don Juan, nella prima scena ha 97 anni, poi è un uomo
Antonio, il primo Padre del Deserto
Pepe/Diavolo, un andaluso
Brando, un ricercatore
Hildegard/Orsa, Hildegard von Binden, mistica tedesca
Dudù/Uccello/Novizia, ragazza
Suleika/Serpente, ragazza

1° TEMPO - JUAN
Oggi, Estremadura.

 

Scena prima.
Juan.

Luci.

Notte. Luce bassa, come di candela. Un uomo molto vecchio è al lato del tavolo, seduto. Sul tavolo pane, un coltello, una bottiglia di vetro, un bicchiere. Di fronte, un lavabo di ferro e ceramica. Ha un cappello. Si muove lentissimamente e costantemente. Prende il pane, lo taglia. Lo mette nella padella sul fornello. Va verso il lavabo. Si prepara la schiuma, si rade. Va al fornello, gira il pane. Finisce di radersi, si sciacqua. Si siede di lato. Guarda di fronte, qualcuno fuori scena.

JUAN - Cosa vuoi sapere da me? Perché sei venuto a cercarmi? Vuoi sapere come erano le praterie prima che arrivassero loro? Prima che cominciassero a piantarci grano? Hanno vinto, lo vedi, lo sai. La loro vittoria si misura dal fatto che nessuno neanche immagina ci possa essere un altro modo, un’altra maniera di vivere. Stanno curvi e fermi e odiano e uccidono chi si alza e cammina. Ma tu questo lo sai, te lo leggo negli occhi. Sei uno di noi, come hai detto che ti chiami? Brando? Benvenuto, Brando, benvenuto fra noi.

Si versa dell’acqua.

Vuoi sapere come ci si sente con seimila anni di età? Il mio corpo non arriva a cento, è stanco, si muove poco, tra poco finirà. E’ la mente che mi sorprende. Ogni anno che passa sembra aggiungerle forza. L’energia aumenta invece di diminuire. Sto scaldando un po’ di pane. Lo vuoi? A quest’ora mi piace pane abbrustolito, olio d’oliva e origano.

L’uomo si alza, prende il pane, lo appoggia in due piatti, versa l’olio, prende un rametto di origano secco, lo sbriciola sul pane. Poi il sale, grosso.

È per le praterie che sei venuto, vero? Quelle che tu sogni e io ricordo. Vuoi sapere come erano, anzi, vuoi sapere se sono mai esistite, se è solo un tuo desiderio. Ascolta il pane. Sì, il pane. Ascoltalo. Ora.

L’uomo piega la testa e lentamente avvicina l’orecchio al pane. L’olio lo sta ammorbidendo con un suono delicato, come di prima pioggia sottile sui prati.

La senti la pioggia? Ora chiudi gli occhi e guardale, le tue praterie, le nostre. La materia ricorda, Brando. Tu ricordi. Questo è quello che vedevamo e ascoltavamo, prima. Prima che arrivassero loro. La civiltà. La storia. Come se prima non fosse successo nulla. Presuntuosi. Poveri piccoli meschini contadini presuntuosi e untuosi. La materia ricorda, ma l’uomo dimentica, non sa, conosce solo quello che vede nella sua piccola vita. La più ignobile truffa di tutta l’umanità, questa è la storia come gliela raccontano, peggio, come sono convinti che sia. Fanno iniziare tutto da quei miseri tremila e cinquecento anni prima di Cristo. Fanno coincidere civiltà con città, hanno rinominato la vita e si sono chiusi, fermati, immobilizzati, come la morte.

Pausa.

Per carità, hanno fatto cose meravigliose. Pergolesi, per esempio. E la cucina. A proposito. Dudù! Suleika! E’ ora!

 

“Don Juan” è la storia di un immortale, un uomo che attraverso un Rito rinasce ogni 144 anni da seimila anni. Ha attraversato tutte le epoche, e alcune di queste sono presentate nello spettacolo. Si parte dal contemporaneo, dove incontriamo uno Juan vecchissimo, poi, a ritroso nel tempo, arriviamo al 1157dc dove Juan incontra Hildegard von Bingen, la mistica tedesca che  gli rivela la vera essenza del suo Rito, poi ancora indietro fino al 257dc nella grotta di Antonio, il primo Padre del Deserto e giù neltempo fino alle foreste del 4000ac, dove incontriamo la  Dea, nella sua triplice forma di Orsa, Serpente e Uccello.
Tutto lo spettacolo gira intorno alla figura della Dea, la cui presenza sotterranea impregna ogni momento. Mentre Don Juan e il suo Rito sono elementi simbolici, Hildegard, Antonio e la stessa Dea sono ricostruzioni basate sulla letteratura scientifica esistente, in particolare sugli studi di Robert Graves e di Marija Gimbutas. Il mito del Don Giovanni viene qui dispiegato e interpretato in maniera inedita.
Le vesti della Dea, interpretata da tre attrici, sono fatte in terra cruda con la consulenza dell’arch. Andrea Facchi, che ha dato modo di usare il materiale migliore per costruirle nella maniera più pertinente e simbolicamente giusta.

Video dello spettacolo del 5 dicembre 2008, Teatro del Navile, Bologna.
Con Fabrizia Frizzo, Rowena Sela, Daniela Delzotti, Maurizio Corrado, Ippolito Dell’Anna, Antonio Orsi.
Ballerini: Monica Argnani, Paolo Baldoni, Lucia Capponi, Valentina Grassi
Elementi in terra cruda a cura di Andrea Facchi
Regia di Maurizio Corrado.
Produzione Teatro del Navile.

 

DON JUAN. IL RITORNO DELLA DEA.
Estratto dalla tesi di Daniela Delzotti.

“Don Juan” è il mito che percorre i millenni. Affonda le proprie radici in un passato che è quello dell’uomo e nello stesso tempo supera la realtà umana stessa. Rivela il principio del ritmo, un battito continuo, costante, che richiede silenzio, la pausa di tensione che precede e contiene la necessità del battito successivo. È il segreto della creazione continua. Morte e rinascita. Un continuo evolversi di un rito di passaggio. Un accordarsi al cosmo, al ritmo delle stagioni, come Persefone.
“Don Juan” presenta un nuovo modo di intendere la storia: non come questa viene raccontata e insegnata convenzionalmente, ma una storia innovativa e allo stesso tempo arcaica in quanto parte integrante dell’uomo stesso, della memoria atavica della materia. Non una storia che fa coincidere civiltà con città e che si rinchiude nelle sue stesse mura. Ma una storia che non ha confini temporali o spaziali. Nasce e si sviluppa con la natura stessa. Come l’intricato groviglio di una foresta.
Per analizzare al meglio il testo teatrale si è scelto di raccogliere la testimonianza diretta del regista e autore, Maurizio Corrado.


  • Quale studio e tipo di ricerca ha condotto all’elaborazione del testo “Don Juan. Il ritorno della dea”?

Il testo nasce da una lunga e attenta ricerca sul tema del Santo Graal. I secoli XII° e XIII° sono stati, dunque, l’oggetto di maggior interesse. La leggenda del Graal si sviluppa come tema letterario nel 1190 con il Parsifal di Cretienne de Troy. Tale studio è sfociato, come diretta conseguenza, nell’approfondimento della raccolta delle leggende delle terre d’Irlanda e della Bretagna, con maggiore attenzione verso i personaggi più coinvolti nella vicenda del Graal, quindi Parsifal e Merlino*. All’interno dello studio sui popoli e le leggende irlandesi, particolare interesse ha destato nella creatività autoriale l’antico popolo irlandese Thuatha de Danaan (letteralmente “Popolo della dea Danaan”). Danaan risulta essere una delle prime rappresentazioni della Dea Madre*. Secondo la leggenda, questo popolo giunge nelle terre d’Irlanda presentando quattro doni recuperati in quattro città diverse: una spada, una lancia, una pietra ed una coppa. Tutti e quattro gli oggetti sono simboli legati al Graal. La figura di Danaan ha portato allo studio di testi di carattere mitologico ed archeologico quali “La dea bianca” di Robert Graves ed “Il linguaggio della dea” di Marija Gimbutas. In tal modo la “Cerca” è terminata, una volta tornata al punto d’origine. La leggenda del Graal si configura come la continuazione della religiosità legata alla figura della Dea.


  • Qual è stato il conseguente sviluppo narrativo e dei personaggi?

Il testo teatrale si è servito di un pretesto narrativo che è quello della leggenda di don Juan, figura che corrisponde ad una trasposizione e trasformazione del personaggio classico di don Giovanni. Don Juan è il fondatore di un rito che si basa sulle stesse peculiarità dei riti solari. Egli si accoppia con 365 vergini, una per notte. Il suo intento è quello di far filtrare i suoi geni attraverso quelli di tutti i popoli della terra fino a rinascere come risultato di tutte le variazioni umane. La notte in cui anche l’ultimo dei suoi 365 figli ebbe compiuto 18 anni, le madri li riunirono nella spiaggia e li fecero partire. Si sarebbero accoppiati nella cosiddetta “notte dei coralli”,e i figli, nati da quell’unione una volta compiuti 18 anni, si sarebbero amati a due a due, in quella stessa notte. Dopo 144 anni sarebbe rinato Juan, dall’ultima coppia, risultato delle precedenti. Tutti i figli di Juan sono viaggiatori, veri viaggiatori. Non di quelli che si muovono senza una meta ma individui che considerano il viaggio come una condizione, un sentimento. Come il segreto del rito.
All’interno di tale intreccio narrativo prendono vita anche personaggi reali, storicamente esistiti. È il caso di Hildegard von Bingen*, una mistica tedesca del XII° secolo. Si utilizzano, dunque, dati reali che si coniugano ad elementi di fantasia. La figura di Hildegard è scelta come figura femminile rappresentativa dell’epoca, in quanto donna dal carattere fermo e deciso e artista del tempo.
Per entrare in rapporto con il Cristianesimo, che rispecchia la cultura religiosa odierna, si è scelto di risalire alle origini, approfondendo la figura di Antonio*. Per lo sviluppo di tale personaggio ci si è attenuti alla biografia storica dell’eremita.
La figura della Dea si sviluppa nell’immagine della foresta e si rivela nella sua triplice forma, che è una delle manifestazioni più comuni secondo gli studi di Maria Gimbutas. Per la figura della Dea si è, dunque, operata una trasposizione poetica di elementi storici e mitologici.
All’interno del testo prendono vita anche due eterei personaggi femminili, Dudù e Suleika. Quest’ultime rappresentano un suggerimento, un indicazione o meglio uno degli scrigni di cui è ricco lo spettacolo. Dudù e Suleika sono, infatti, l’eco di una poesia di Nietzsche dal titolo “Tra figlie del deserto” che si ritrova all’interno dell’ultimo scritto del filosofo “Frammenti di Dioniso e poesie postume”. La citazione rimanda, dunque, al pensiero nietzschiano. Suleika è, inoltre, il nome che Goethe dava ad una delle sue ultime amanti e con cui intratteneva un rapporto epistolare ormai in tarda età. Goethe aveva scelto per lei questo nome, in quanto citazione a sua volta di un autore iraniano*.


  • Qual è la concezione del tempo adottata?

Il tempo nel testo è concepito in una dimensione rigorosamente circolare, la stessa che Mircea Eliade attribuisce all’ “uomo arcaico”. La dimensione lineare del tempo sarebbe, infatti, prerogativa dell’uomo che rappresenta la nostra cultura, a partire dalla nascita di Cristo. L’idea stessa di tempo si può ricondurre alla spiritualità della Dea, come ennesimo ritorno e materializzazione della stessa.
Il tempo narrativo parte da una scena ambientata nel presente per poi percorrere a ritroso i vari avvenimenti. Nell’ultima scena si ritorna, infine, al presente, seguendo così la struttura di una ring composition.


  • E la scelta dei luoghi?

Il luogo è effige del personaggio. È una degna e adatta cornice all’essere del personaggio che, quindi, è collocato nel posto a lui deputato anche da un punto di vista prettamente storico. Hildegard von Bingen viene, infatti, rappresentata all’interno del convento; Antonio nel deserto e la triplice rappresentazione della Dea all’interno della foresta. Don Juan è, invece, una figura trasversale che attraversa i luoghi e il tempo stesso. È una figura immanente all’avvicendarsi della storia, dal tempo della Dea fino al presente. La scena finale è ambientata nell’odierna Andalusia. Tale terra rimanda al concetto della danza e all’espressione corporea delle sue ballerine. Secondo la leggenda delle danzatrici della Tessaglia, il popolo dell’Andalusia è tra i primi popoli del Mediterraneo ad essere promotore di queste danze. Sono state ritrovate alcune statuette che ritraggono queste antiche danzatrici ed impressionante è la somiglianza di questi ritrovamenti archeologici con la statuette di Creta che raffigurano, invece, la Potnia. Le danze femminili rappresentano una chiara ed evidente manifestazione della Dea e ne sottolineano l’importanza dei riti, che presentano un preciso ritmo così come le stesse danze. Ed è proprio così che si conclude lo spettacolo. A ritmo di flamenco.


  • Che scelta registica si è meglio adattata alla messa in scena di questo testo?

Secondo la concezione registica adottata, lo spazio fisico del palcoscenico è stato considerato come un vuoto. Solo i personaggi costituiscono un elemento di pienezza. Sono gli stessi personaggi, con la loro fisicità, a creare lo spazio. E difatti sono pochissimi gli elementi utilizzati nella messa in scena, ma attentamente e debitamente studiati. Uno di questi elementi è senza dubbio la luce. Una luce mai diretta, ma trattata sempre di taglio. Tale tecnica ha l’intento preciso di far letteralmente scomparire lo sfondo che appare come qualcosa di indefinito e infinito, un vuoto appunto che non ha connotazione fisica e spaziale. In tal modo risalta la figura del personaggio che si configura all’interno di precisi e voluti giochi di luce che si basano soprattutto sulla contrapposizione di luce ed ombra. Tutto ciò risponde ad una scelta estetica adottata sin dall’inizio.
Un altro elemento principale, utilizzato nella messa in scena, è la musica. La musica è sfruttata per completare la figura del personaggio che viene maggiormente connotato attraverso precise scelte musicali ad hoc. Nella prima scena a fare da cornice al monologo di don Juan è un sottofondo di suoni notturni. Nelle scene che prevedono la presenza di Hildegard sono le musiche composte dalla stessa mistica tedesca a connotare l’ambientazione. Per caratterizzare Antonio sono state utilizzate delle musiche etniche tradizionali egiziane che prevedono come strumento principale il tamburo. Anche nelle scene della foresta risuona una musica ritmica, di percussioni, sempre eseguita da musicisti egiziani. Si ipotizza, infatti, che all’epoca la musica prodotta dall’uomo fosse appunto una musica di percussioni. Nell’ultima scena, a coronamento del tutto, prorompe il ritmo del flamenco.


  • Il testo prevede una scena particolare che è riproposizione di un’antica scena del XII° secolo.

Si, la quarta scena ripropone una scena tratta dall’ “Ordo virtutum”, una rappresentazione scritta e musicata dalla stessa Hildegard. La musica che fa da sottofondo è, però, una musica originale e contemporanea, composta in modo da sottolineare ed esaltare la drammaticità del momento. Tale scena prevede, infatti, la cattura del diavolo da parte delle virtù. Si è attuata una precisa scelta registica nella realizzazione di questa scena che non è rappresentata secondo il modo tradizionale ma in modo innovativo. Si è scelto di giocare con l’iconografia classica e tradizionale, raffigurando il maligno con le stesse sembianze con cui la tradizione ci riporta la figura di Gesù.
All’interno di questa scena, le virtù legano dunque l’unica figura maschile con una corda e attraverso movimenti corporei ben precisi che ricordano una danza, con ritmi ben scanditi.


  • Che importanza riveste la simbologia della terra?

Dire terra significa dire Dea e materiale primario della creazione. L’elemento della terra riveste un ruolo molto importante all’interno di questo spettacolo. Prima della messa in scena è stato svolto un lavoro laboratoriale con gli stessi attori che hanno sperimentato in prima persona l’emozionante esperienza del contatto diretto con la terra. A dirigere questo tipo di lavoro è stato uno dei massimi esperti italiani di costruzioni in terra cruda ossia l’arch. Andrea Facchi. Molti popoli primitivi usavano la terra non solo per costruire abitazioni ma anche come decorazione corporea con connotazione sacra. Si è scelto così di vestire la Dea nella sua triplice forma proprio con abiti di terra cruda. Uno rappresentante un’orsa, l’altro un uccello e l’altro ancora un serpente. Queste sculture indossabili, quando non fungono da abiti per la Dea, restano comunque sempre presenti in scena come elemento decorativo e come testimonianza della costante presenza della Dea.
La realizzazione di queste sculture prevede un interagire diretto con gli elementi naturali quali terra, acqua ed erba. Nell’impasto di questi elementi avviene quasi una fusione tra il corpo e la natura che prende forma attraverso il modellamento studiato dall’uomo.